martedì 10 luglio 2007

autunnale....

Oggi piove. Piove sui vetri lisci e lucidi. Piove sulla fila di Mercedes nere nel cortile, piove nelle soffitte abbandonate. Piove senza chiedere il permesso a nessuno, piove ovunque, ovunque lei riesca a spingere lo sguardo e il pensiero. Piove sugli ombrelli che hanno sempre fretta sui marciapiedi, piove sulle pozzanghere che riflettono piedi e scarpe. Piove sul cappotto di lei, che cammina di corsa sul bordo della strada. Senza ombrello. Le mani in tasca. Il volto bagnato dalla pioggia, forse anche dalle lacrime. Lei corre corre, lei non vuole sapere, lei deve sapere. Come vorrebbe andarsene! Ma non può. Purtroppo no. Ci sono troppe domande che pretendono risposte, gentili, amare, cattive o rassicuranti non importa, ma lei deve sapere. Gira a destra ed è arrivata. Dall'altra parte della strada vede il portoncino di casa di lui. Ripensa alla prima volta che ha aperto quel portoncino, la prima volta che ha varcato quella soglia... incredibile, sembra ormai una vita fa! Toglie la mano dalla tasca e si tira indietro una ciocca di capelli, che pensono molli sulle sue spalle. Sta per attraversare la strada, per fare questa incredibile fatica, ed ecco che il portoncino si apre. Le rimane il respiro a metà. Lei. Lei che ride e scherza con uno che non è lui, non può essere lui, ovvio che non è lui, certo che n... E' lui, è proprio lui. Nella sua polo verde e nei suoi jeans strappati. E ride, le sfiora i capelli, una guancia... La bacia.
Lei rimane come istupidita a fissarli, come se la sua corsa alla ricerca di affermazioni non le avesse portato altro che affermazioni contrarie, di conferme in senso negativo. Si sente all'improvviso la testa leggera, le lacrime, le goccie di pioggia le annebbiano la vista. E nella sua testa scorrono carrellate di immagini, ricordi, sensazioni che non riesce a dimenticare per quanto ci possa provare... Rivede lei, praticamente una bambina rispetto a lui, che lo urta in un negozio, il suo sguardo nero, profondo, predatore che non dimenticherà mai, quel senso di paura e di vertigine che provi quando senti che anche non volendo ciò di cui hai paura ti attrae, e gli incontri casuali e uno strano pomeriggio, e la pioggia, e le sue mani calde e le corse sui freddi pavimenti di marmo, e il profumo dei suoi maglioni grandi, e le sue mani piccine sempre alla ricerca del calore di altre mani, e quelle strane fughe dalla realtà, e i miliardi di bugie e il loro piccolo mondo inventato. Che è crollato su se stesso, che lui ha fatto crollare su se stesso. Lei non aveva voluto credere a quel bacio, a lei che era tornata dal Brasile per lui, a lui che non rispondeva a telefono. Eppure... ora sono lì di fronte a lei. E si baciano, scherzano come solo due persone che si conosco completamente possono fare. E io? Avrò mai anche io un bacio così? Li continua a fissare ed è come una lama sottile e affilatissima, che al primo contatto con la pelle non si sente che freddo, il dolore arriva dopo. Juliet spalanca i suoi occhi grigi come il cielo che piange, come la strada, come l'aria di quella giornata di novembre. Ha perso, inutile perifrasare. Eppure lo ha sempre sentito che Mimi sarebbe tornata.

mercoledì 4 luglio 2007


“Guardo la fine che fa deriso dalla folla il clown”. , pensa Margherita, con il suo nome da cane. È distesa sul suo letto a testa in giù, mentre si accende una sigaretta. Mentre inspira il fumo guarda la stanza al contrario. Una orribile luce arancio spento filtra dalla finestra e dalle gocce di pioggia. Il ticchettio delle gocce sul tetto scandisce un ritmo lento, sempre lo stesso, un rumore ritmico che le rimbomba in testa. Guarda Jacopo al contrario mentre trackeggia con l’i-pod. Gli passa la sigaretta e continua a guardarlo. Lui è sempre lo stesso. Si mette dritta e continua a guardarlo. È sempre lo stesso bambino lentigginoso che piangeva per le ginocchia sbucciate, l’amichetto che la spingeva sull’altalena ogni volta che lei glielo chiedeva, il ragazzo che si sorbiva ogni volta i racconti delle sue avventure anche se soffriva tremendamente a sentirli, ma non smetteva, rimaneva lì ad ascoltarla, sempre. Incredibile. Margherita ride nella sua testa, non esiste al mondo una sola persona che sappia di lei quanto ne sa lui. Sono cresciuti insieme, vissuti insieme, forse anche cambiati insieme? La scena è quella di sempre, è un noioso pomeriggio come gli altri. La musica, la pioggia, la luce orribile che stampa le loro sagome sul muro, le sigarette. Una giornata come le altre, un noioso episodio di una sit-com già vista. Non c’è forza di cambiare, non c’è mai il coraggio di scrivere quella pagina di libro che dà una svolta alla storia, nessuno lo troverà mai. Si aspetta sempre che lo faccia qualcun altro. Jacopo alza gli occhi, prende la sigaretta e incontra lo sguardo di Margherita. Si fissano senza guadarsi, immobili, immoti, impassibili, impossibili. In un attimo si perde in quello sguardo. Quello sguardo che ha sempre desiderato solo per sé, ma che non ha mai potuto avere. Nella luce arancione guarda dietro i suoi occhi. Grigi, verdi, scuri, liquidi, luminosi, persi chissà dove. La stanza pare giri attorno a quegli occhi, a quello sguardo che forse per la prima volta è suo. È un attimo. Un singolo attimo, insignificante se paragonato all’infinità di attimi che costituiscono la nostra vita, ma è un attimo che cambia tutto, rende tutto diverso, tutto nuovo. Margherita scende dal letto e gli si fa vicina, vicina come sempre, vicina come non lo è mai stata. La guarda attraverso la nuvola di fumo. Nei suoi occhi qualcosa di nuovo, impalpabile, sottile, qualcosa che non esiste, che non ha mai visto. Quel qualcosa che ha cercato troppo, troppo a lungo in tutti gli altri occhi che ha guardato, e che non è mai riuscito a trovare. Né nel sapore delle loro labbra, né nel calore dei loro abbracci tiepidi. Le sue mani fredde piccine lo accarezzano, un brivido gli scorre sotto la pelle. Pensa a Saffo, ma non ricorda un verso. Non ha importanza. Le sue labbra si avvicinano, si strofinano alle sue, come a cercare qualcosa, si schiudono. Una porta che si apre. A volte sembra così vicina la felicità che puoi quasi toccarla. Chi dice che il piacere è nella ricerca del piacere stesso è solo un povero pazzo. La stanza sembra non esistere più, sembra di essere via. Via di qui, in un qualunque altro posto che non sia qui. Un dove lontano e inesistente, solo per loro, solo per lei.

Jacopo scrolla la testa e torna alla realtà. Margherita è lì davanti a lui, che lo fissa con le labbra a cuoricino e sta solo aspettando che le ripassi la sigaretta. Arriccia il naso mentre lui la guarda strano e gli dà un bacio sul naso. Era tutto un semplice sogno. E i sogni da soli non si realizzeranno mai. è per questo che i sogni sono gratuiti, non sono ingombranti, non esistono e non durano che qualche bellissimo istante. Ma a volte i sogni hanno vita propria, così prendono e iniziano a vivere, fuori dal loro mondo. Jacopo la bacia,. Trova il coraggio di scrivere quella pagina. E il pomeriggio arancio spento cambia colore, improvvisamente. E il sogno riesce a uscire dalla sua gabbia di cristallo… libero, vero, vivo.

"Well no one told me about her..."[

"L’ultima volta che l’ho visto stava ancora con Mel". Ah, già Mel. L’avevo quasi scordata, Mel. Dolce Mel. La famosa Mel. La Mel che lui cerca col pensiero ogni volta che sbaglia, la Mel di cui io non so nulla, la Mel “la mia ex che rimarrà tale”, la Mel che non ho mai visto neppure in foto, Mel che vive a Bologna, la Mel che avrei potuto incontrare fuori dalla sala prove quel giorno. Mel, Mel, Mel. La pioggia che ticchetta sul vetro odora di Mel, la stanza pian piano sento che si riempie di lei e si svuota di me. Chissà chi è. Immagino una fisionomia ed una voce. Un profumo forse… Magari se la incontrassi la riconoscerei. Si, potrei. Troverei nel suo sguardo un po’ di Stefano, se effettivamente ce n’è ancora… Le donne hanno questo strano modo di sentire. Istintivo, primordiale, quasi animale. No, così sembra qualcosa di brutto. Solo che so che riuscirei a riconoscerla Mel se la incontrassi così, per caso, per strada. Saprei tutto quel che vorrei sapere guardando dietro ai suoi occhi… Azzurri? Scuri? Verdi? Assurdo… Non riesco ad immaginarla. E’ come se cercassi di plasmare dal nulla, da me, da lui l’essenza di Mel. Partendo da quanto potrebbe potenzialmente esserci nei miei occhi di suo. Mi guardo allo specchio. Lui mi sorride dallo specchio e mi guarda negli occhi. E Mel è lì, in quel giallo che quasi mi spaventa, giallo di gatto, giallo di tanti troppi tramonti che non vedrò mai, giallo di foglie che scricchiolano sotto i piedi nell’autunno di una città che non conosco, giallo papera, giallo di Riccardo daltonico, giallo scarpone, giallo giallo. Si, Mel è giallo.